Il Lunissanti
Passione e resurrezione di Gesù
Storia, Momenti e Simboli
Il giorno che segue la Domenica delle Palme, il paese si imbatte nella Settimana Santa, la più significativa per i riti sacrali della comunità castellanese. I giorni che caratterizzano la preparazione alla giornata di Pasqua sono: il Lunedì Santo (Lunissanti); il Giovedì Santo e il Venerdì Santo, dove vengono svolti in successione dei rituali differenti volti alla preparazione per la resurrezione di Gesù.
Il primo dei tre giorni è quello che più viene percepito dalla comunità, la quale, paradossalmente, si sente coinvolta nel rituale nonostante non ne faccia direttamente parte se non come spettatrice.
Si presume che il rito risalga al medioevo, per mezzo dei monaci Benedettini, i quali divulgavano la religione nelle comunità di Tergu e Castelgenovese; questo può essere giustificato dalla presenza della Chiesa di San Pancrazio a pochi chilometri da Castelsardo, di origine benedettina, risalente al XII secolo.
L’importanza intrinseca di questo rituale deriva dal fatto che successivamente al concilio Vaticano II, il quale stabiliva che alcuni momenti liturgici avrebbero potuto essere espressi in lingua nazionale, si è inconsapevolmente entrati in una sorta di semplificazione accomodante che ha preso piede nella maggior parte delle liturgie; il Lunissanti risulta essere uno dei pochi rituali in Europa che conserva il canto con testi in latino dimostrando di non aver risentito dei cambiamenti apportati dalla chiesa nel corso degli anni.
La tradizione religiosa di questa giornata si sviluppa per descrivere la devozione del credente attraverso riti quasi teatrali, che fanno rivivere i misteri della passione e risurrezione di Gesù; essa è preceduta da un lungo periodo di preparazione per i Confratelli che parte con l’inizio della Quaresima e si svolge in un clima di angoscia alimentato da dibattiti e discordie che riguardano i ruoli che ognuno dovrà svolgere il Lunedì Santo, che sarà una giornata caratterizzata da quiete e pace fino al termine del rito. La cerimonia viene vista come un “dramma sacro” ordinato da una processione rappresentativa dove gli attori protagonisti sono ventidue apostoli, di cui dieci, col volto coperto dal cappucciu, portano i Misteri e i restanti dodici, col viso scoperto, si dividono in tre gruppi ognuno dei quali invoca un coro che rappresenta uno dei tre momenti del destino di Dio fatto uomo.
Il lunissanti si articola in tre momenti: il mattino, il mezzogiorno e la sera.
Il Mattino
Al sorgere del sole i confratelli si recano alla chiesa di Santa Maria delle Grazie per la messa preliminare, indossano i loro abiti e subito dopo la messa lasciano la sacristia e si dispongono dinanzi all’Altare dove si trovano i Misteri e l’effige rappresentanti la Passione di Cristo, posizionati in ordine di distribuzione dal giorno precedente.
Dopo aver intonato il coro Salve Regina, inno alla Vergine Maria, il sacerdote prende i simboli dall’Altare e li passa al Priore che a sua volta li distribuisce agli apostoli; il primo gruppo che apre la processione è composto dai quattro confratelli cantori che intonano il primo canto, il Miserere, accompagnati da un corifeo che sorregge il primo simbolo, lu cabbu di lu moltu, sacra e brutale evocazione alla morte, posata su un piatto d’argento e tenuta all’altezza della cintura.
Successivamente con ordini e distanze predisposte seguiranno i portatori dei primi sei Misteri che raffigurano le sofferenze e umiliazioni del Calvario di Cristo:
Lu Caligiu, simbolo di grande importanza che rappresenta il calice che Cristo dovette bere per volere del Padre per accettazione della propria morte. Esso non viene mai affidato a un novizio e viene tenuto in alto come nell’Elevazione del sangue di Cristo.
La Guanta (il guanto), simboleggia uno schiaffo di un soldato di Pilato nei confronti di Cristo; viene tenuto ad altezza del viso e posto sulla mano destra.
L’Acciotti, catena e corde che incatenarono e legarono Gesù e lo portarono verso la crocifissione.
La Culunna, colonna in legno alla quale Gesù venne legato e fustigato.
La Disciplini, arnese utilizzato per la flagellazione, composto da placche di metallo unite da anelli di ferro; viene fatto dondolare e sbattere sulle gambe dello stesso confratello che lo porta per esaltarne il suono rumoroso.
La Curona, una corona di fuscelli intrecciati con tre spine incastrate di legno.
A seguire saranno portati altri quattro Misteri che preannunciano la morte di Cristo e la sua crocifissione, i quali saranno introdotti dal canto dello Stabba Mater. Il corifeo di questo gruppo corale sostiene la pieddai, il busto dell’ “Ecce Homo” che raffigura il Cristo che viene presentato alla folla prima della sua condanna a morte, egli è rivestito di mantello rosso, porta una corona di spine e una canna al posto dello scettro, questi sono segni che evocano la regalità derisa.
I Misteri che seguiranno sono:
La crogi, una croce nera portata sulle spalle
La scala, una piccola scala nera portata sulle spalle.
Lu malteddu e la tinaglia, martello e tenaglia, strumenti della crocifissione che vengono tenuti incrociati.
La lancia e la spugna, la prima utilizzata per trafiggere il costato a Gesù dopo la morte la seconda per bagnarlo di aceto.
La processione si chiude con l’ultimo gruppo di cantori che intonano lo Jesu accompagnati da un piccolo crocifisso che ha il volto verso il cielo e simboleggia il dramma sacro totale rappresentato. I portatori mascherati e silenziosi sono gli attori anonimi di questo teatro sacro che si svolge fuori dal loro controllo, essi sono manovrati dai maestri dei novizi che li guidano nelle varie fermate predisposte lungo il percorso rituale e sono i responsabili di tutto l’andamento della processione, inoltre ogni portatore viene tenuto a una distanza di circa 20 metri dall’altro con costanza, in un tragitto lungo circa un centinaio di metri e procede in funzione dei cori e delle loro pause, per questo è come se il rito fosse diretto dal silenzio.
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Il Mezzogiorno
Al termine della processione mattutina che ha la durata di circa un’ora i confratelli salgono in auto e si dirigono verso la cittadina di Tergu distante circa otto chilometri.Il paese si prepara ad accogliere migliaia di persone che assisteranno al rito e si godranno la giornata nei prati che caratterizzano il luogo, saranno presenti anche vari venditori ambulanti.Nel frattempo, i confratelli si posizionano in un punto specifico distante circa 100 metri dalla Basilica e si preparano rivestendosi e riprendendo in mano i Misteri, ricomponendo la processione.Prima di arrivare alla Basilica vengono effettuate tre fermate e una volta giunti a destinazione i Misteri vengono consegnati al sacerdote che li pone nell’Altare dinanzi alla Madonna, allo stesso tempo verrà letto un canto del vangelo e successivamente celebrata la messa che si concluderà con un canto di evocazione, l’Attitu, rivolto alle dodici parti del corpo di Gesù (occhi, bocca, collo, mani. Piedi, braccia, petto, costato, ginocchia, l’intero corpo, sangue e anima).Al termine della messa i confratelli si svestono e si uniscono alla comunità, la quale si prepara al pranzo lungo i prati, <il campicello occupato abitualmente dai confratelli è in pendio. Forma una specie di anfiteatro naturale disposto secondo diversi piani obliqui, il cui spazio si lascia facilmente abbracciare dallo sguardo> Il clima festaiolo permette alla comunità di confrontarsi e passare del tempo all’aria aperta tra scambi di cibo e bevande, passeggiate, acquisti e giochi all’aperto e canti improvvisati, prima che la processione riprenda il suo cammino intorno. Alle tre del pomeriggio i confratelli si rivestono e riprendono il rito, seppur breve (circa due canti), che parte dalla Basilica e arriva fino alla croce di Tergu; qui terminano le ritualità giornaliere poiché la sera si riprenderà con un cammino più lungo e difficile da affrontare, per questo i confratelli si ritirano nelle loro case per poter riposare.
La Sera
Mentre il sole tramonta intorno alle 20.30 la processione si prepara a ripartire, questa volta dalla Cattedrale di Sant’Antonio Abate, attraversando le tortuose vie del centro storico castellanese, fino ad arrivare alla chiesa di Santa Maria dalla quale si era partiti la mattina presto e dove verranno riposti e conservati i Misteri e i simboli fino all’anno successivo. Il cammino è buio poiché i lampioni vengono spenti e la processione viene illuminata dai pabirotti, torce che vengono portate dalle piccole ragazze che accompagnano i confratelli nel percorso, le consorelle, dai cantori che illuminano il loro volto dal basso e da altri confratelli che li guidano lungo il percorso. Sarà arduo completare il rituale poiché ha una durata di circa tre ore in cui verranno affrontate varie fermate dove i canti si fanno sempre più profondi come fosse una gara tra confratelli; questo definisce la passione che ogni componente del gruppo ha per questo rituale poiché la durata del cammino è definita dal canto e questo deve essere più lungo e intenso ad ogni fermata, talvolta infatti ci si impone di raddoppiare i versetti o aumentare le fermate, in particolar modo per il canto del Miserere che ha una durata di tre minuti, circa la metà degli altri due. Inoltre, è buona usanza che le porte delle case dinanzi alle quali scorre la processione siano aperte, data l’importanza dell’ospitalità nell’accogliere i segni del divino. Le fermate sono dettate da regole non scritte che portano ad avere dei punti obbligatori che vengono seguiti ogni anno, come ad esempio: difronte la casa dell’Arciprete, davanti al municipio o dinanzi case di chi ha dato prestigio alla storia castellanese e alla confraternita. Circa i tre quarti delle fermate viene rispettata ogni anno mentre le restanti variano a seconda dell’organizzazione dei quattro cantori, per questo, a volte, la sacralità dell’evento si mescola alle ragioni sociali. La terza motivazione per la quale variano le fermate è la comodità del percorso, ad esempio nelle giornate ventose dove sale il maestrale sarà più utile cantare al riparo nelle vie strette piuttosto che a ridosso delle scalinate agli incroci aperti; oppure alcune fermate prediligono un’acustica migliore ed è utile affiancarsi alle mura per far riecheggiare il canto.
Al termine dell’ultima processione intorno alla mezzanotte si svolge la cena nella ‘casa del Priore’ edificio nel cuore del centro storico dove la Prioressa con l’aiuto dei confratelli e delle loro famiglie preparano una cena sostanziosa la quale si divide in due spazi separati: in una stanza, preparata con cura, siederanno i 12 cantori, i 10 portatori dei Misteri, i tre corifei, il Vescovo, il cappellano della Confraternita e il parroco della Cattedrale; in questa stanza al termine della cena i confratelli potranno intonare l’ultimo canto il Te Deum. L’altra stanza più ampia e rumorosa ospiterà il resto della confraternita compreso il Priore e alcuni componenti delle famiglie.
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